Born to be wild (ma anche no)

Vivi a Milano, ergo ti monti la testa. Sei diventato metropolitano, ti muovi tra il Quadrilatero della Moda e Piazza Lodovica (bel periplo, effimero e paradossi mutuati da Umberto Eco), mangi un tramezzino vicino alla Scala, osservi con indulgenza i giapponesi che, digital camera alla mano, sbagliano tutti i selfie in piazza Duomo. Sei moderno, emancipato, mainstream. Tanto mainstream che il week end al “paesello natio” (tener conto del numero di ricorrenze di tale allocuzione nella letteratura italiana negli ultimi due secoli), ne sei sicuro, sarà sicuramente una noia. Certo, sei nato qui, ma altrove sei andato. A rincorrere, appunto, quello che leggevi sui rotocalchi vent’anni fa. La “Milano da bere”, i concerti allo stadio, le conferenze di Renzo Piano.

E invece non è vero, perché appena arrivato ti raccontano che, complice un raduno di pervicaci amatori di un mezzo, la Vespa, che, siamo seri, sarebbe dovuto sparire secoli fa, schiacciato da scooter giapponesi con più feature che zeri nel prezzo, poco distante dalla casa avita, sta succedendo qualcosa. In un piccolo parco che tu, nato qui, cresciuto qui fino all’età del consenso, non hai mai visto. Sempre chiuso da un cancello, che poco spazio lasciava all’immaginazione.

Insomma, questi pervicaci amatori, che sono (vogliamo chiamargli gli eredi?), di quelli che nei favolosi anni 60 si definivano mood, hanno organizzato la loro festa. Che non è solo quella dello stand delle salamelle, e anche dei wurstel, che qui non passano mai di moda. O la birra. Ma è quella di un piccolo gruppo sul palco. Che suona canzoni, musiche, che ascoltavi tanti anni fa. Quelle che ti hanno accompagnato, appunto, quando sei cresciuto qui. Proprio qui.

E tu, accompagnato da figlia e nipote, ambedue adolescenti, ambedue succubi di Justin Bieber e di cantanti spagnoli che gorgheggiano corazon e deseperacion in quantità industriali, non sai certo spiegargli perché una versione, sia pure sottotono, di “The house of rising sun”, ti emoziona così tanto. Al punto che 50 anni o meno, vorresti agitarti sotto il palco. Non lo sanno, non lo capiscono. Non è MTV e tanto gli basta. E quando, alla fine, parte “Born to be wild” (Dio santissimo, gli Steppenwolf, la Route 66, Kerouac, Steinbeck, Easy Rider, il fantasma di Tom Joad), non sai proprio più cosa raccontargli. Non sei più un selvaggio, un cow boy, sei solo un travet in trasferta. Non stai più vivendo l’avventura che ti sei immaginato, quando l’A4 era davvero la 66. Non fai nemmeno l’autostop, ti sei comprato il telepass. Loro, sanno come si fa, in questo secolo. Tu no.

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Portalettere

Quando la fabbrica aveva chiuso, giusto pochi giorni prima di Natale, era terminato anche il periodo di cassa integrazione. Quasi un anno avanti e indietro da uno stabilimento che ormai produceva solo per forza d’inerzia. Marzo al lavoro, aprile a casa, maggio si vedrà. E poi settembre, fino a quando i cancelli si erano chiusi definitivamente, le catene di montaggio, da dove uscivano quei bolidi rombanti destinati a rimanere invenduti, si erano fermate. Erano arrivate le lettere con le solite frasi: “Siamo spiacenti, ma la situazione di mercato non ci consente di…”, gli ultimi soldi. A poco erano serviti i picchetti, le bandiere rosse, gli slogan urlati sotto i palazzi di Comune e Provincia, non si poteva fare più nulla. Anche il famoso investitore straniero aveva ritirato le sue offerte, quelle su cui tutti i più anziani, prossimi alla pensione, avevano riposto le loro speranze. Che si fa adesso?

Se anche i sindacati alla fine si erano arresi, la stampa non aveva invece mollato la presa. Quello stabilimento, quella fabbrica chiusa, faceva parte della storia della città. E le auto costruite da quegli uomini in tuta blu, avevano contribuito al prestigio di una città che da sempre ambiva ad essere la prima d’Italia. In tutto. Anche in quel campo che sembrava appannaggio esclusivo dell’altra città, che proprio delle automobili si dichiarava la capitale. E su questo, ma soprattutto sul destino di quegli operai, continuava a sfornare colonne su colonne, denunce su denunce. Bisognava pensare a quegli uomini, alle loro famiglie, qualcuno doveva trovare una soluzione. E ci pensò il governo, naturalmente, che, un poco in difficoltà ad elezioni ormai prossime, non poteva farsi sfuggire l’occasione di recuperare consensi. Le imprese di stato, ecco la soluzione. Quelle imprese che contavano così tanti dipendenti da rendere quasi impossibile un conteggio degli stessi. Di certo non avrebbero avuto difficoltà ad assorbire quelle poche centinaia di disoccupati. Gente abituata a lavorare, tra l’altro. E non era cosa da poco. Qualcuno alle Ferrovie, allora, qualcuno alle Poste, ecc.

A Paolo erano capitate le Poste e la cosa non gli era dispiaciuta. In ferrovia, si sa, si è sempre in viaggio, lontani da casa. E la divisa, visto che doveva fare il portalettere gliela avrebbero data lo stesso. Paolo infatti non aveva fatto il militare, era terzo fratello e quindi dispensato, non averla mai indossata, una divisa, gli era sempre bruciato un po’. Come erano belli, i suoi fratelli, quando venivano a casa in licenza. Adesso si sarebbe levato la voglia. Quando lo avevano chiamato a firmare per l’assunzione però, a febbraio, aveva avuto una piccola delusione. Portalettere, certo, ma non a Milano, lì erano già al completo, purtroppo. Bisognava scegliere qualche località fuori porta, dove i postini invece scarseggiavano. Starai anche meglio, gli dissero, nei paesi la gente è più cordiale, non ha tante pretese, come qui in città. Ecco qui l’elenco, scegli.

San Giuliano, allora, che ci si arriva col pullman che parte da Corso Lodi. Bisogna alzarsi presto, però, che alle sette devi essere lì, in ufficio. Due stanzoni enormi, riscaldati a malapena dai grandi termosifoni in ghisa. Le pareti bianche e scaffali strapieni di lettere e pacchi. “ Sei arrivato finalmente! Io sono Vito, tu sei Paolo, vero?” Il capoufficio lo aveva accolto con benevolenza, erano mesi che aspettava qualcuno per smaltire tutto quel lavoro arretrato. Bollette ormai scadute, auguri per il Natale passato, giornali con notizie della settimana scorsa. “Ti dò la zona a nord, quella delle cascine. Dovrai pedalare un po’, a proposito la tua bici è quella lì, ma vedrai che ti troverai bene. E’ brava gente, un bicchiere di vino ci scappa sempre. E se arrivi per ora di pranzo…” Paolo si era schermito, ma no, non è il caso. Piuttosto, come avrebbe fatto a trovarle, quelle case in piena campagna? Lui veniva da Milano che ne sapeva? “Tranquillo, i primi giorni lavorerai con Attilio, lui ti farà vedere e ti insegnerà tutto quello che devi sapere”. E così era andata. Attilio, ormai agli ultimi mesi di servizio, aveva accompagnato il suo successore per quella periferia non ancora urbanizzata. Cascine, piccole officine, ma soprattutto campagne attraversate da piccole strade da poco asfaltate. Qui ci stanno i Callegari, brava gente loro. Più in là i Bettini e i Meregalli. Paolo cercava di ricordarsi tutto: le strade, i cognomi, le case, i bivi. Salutava, apriva la borsa e faceva firmare la raccomandata. Buona giornata signora. Arrivederci.

Quel giorno, il suo primo giorno da solo, era arrivato in ritardo. Il pullman, in quella nebbia che si sarebbe potuta tagliare a fette come il salame, avanzava a fatica. Vito, comunque, l’aveva accolto con un sorriso:” Capita spesso qui, non ti preoccupare. Piuttosto, stai attento con la bicicletta, ci vuole un attimo a finire in un fosso. E l’acqua è fredda” Paolo aveva riempito la borsa ed era partito subito inghiottito dalla nebbia. Nebbia che attutiva anche il rumore della vecchia bicicletta, tanto che Paolo, per non sentirsi troppo sperduto, aveva sentito il bisogno di cantare. A San Giuliano, in ufficio, la giornata era trascorsa lenta. Pochi clienti, quasi nessuno era uscito di casa, con quel tempo. Due tre vaglia, un pacco, qualche francobollo. A mezzogiorno, Vito e Attilio, tutti e due con la schiscetta preparata dalla moglie, non si erano stupiti più di tanto del ritardo di Paolo “Con questa nebbia ci metterà di più a finire il giro. E poi lo sai come sono fatti, se per caso è passato dai Callegari, di sicuro l’hanno invitato a pranzo”. Solo tardo pomeriggio, si erano fatte le quattro, fra un ora avrebbe fatto buio, avevano cominciato a preoccuparsi. “Non gli sarà mica successo qualcosa? Oggi è da solo e non si vede a due metri, vuoi vedere che si è perso?”

Vito aveva allora tirato fuori la sua seicento e lui e Attilio erano partiti alla ricerca di Giorgio. L’uno al volante, l’altro con la testa fuori dal finestrino per cercare d vedere oltre la coltre di nebbia. Erano passati dai Ceruti, dai Carrera, dagli Oggioni. Niente. Nessuno l’aveva visto, da lì non era passato. Costeggiato tutto il fosso dei Carminati, hai visto mai che ci fosse caduto dentro. L’osteria dei Santambrogio, la cascina dei Mainardi. E poi dai Besana, la casa più lontana, l’ultima del suo giro. Niente nemmeno lì. Vito e Attilio, ormai disperati, avevano proseguito lungo la strada, i fari inutilmente accesi, per chilometri e chilometri. Cristo, dove era finito, Paolo? Era sera, ormai, quando l’avevano trovato. A Caselle Lurani, ormai alle porte di Lodi. Seduto su un paracarro, la bici abbandonata a terra con la borsa ancora piena, Paolo, tutto solo, piangeva.

 

West at Easter

A Pasquetta, quest’anno, non ho trovato nulla da fare. Niente gita fuori porta, niente picnic con borse di affettati e cotolette alla milanese da infilare in panini oversize. Il tempo è incerto, le nuvole incombono, il menù pasquale ha già soddisfatto voglie e desideri. Anche la cultura: una mostra, una galleria, oggi non attira. E’ una giornata vuota, insomma, senza slanci, uguale a quelle che intervallano queste feste comandate. Dove pare che fare qualcosa, qualsiasi cosa, sia un obbligo. Devi, altrimenti a che servono le feste. Devi, altrimenti domani te ne pentirai. Non hai fatto niente? Peggio per te!

Mi sono alzato comunque presto, sia chiaro. Così, per un giretto in bici senza tante pretese. Avanti e indietro per questa Brianza che si è anche lei alzata presto, per riempire di macchine ogni strada, anche la più secondaria. Famiglie in viaggio per agriturismi a menù unico, giovani coppie dirette all’Ikea, che oggi è aperta, per scegliere i mobili della loro casa da sogno. Ma più che altro facce ingrugnite, per molti la prospettiva di incontrare parenti semisconosciuti, per condividere torte salate e colombe già smangiucchiate, è qualcosa di simile ad un herpes nelle parti più delicate. Nelle loro scatolette di metallo vanno di fretta, ti sorpassano in fila. Li guardi con commiserazione. Nuvole o freddo, sei comunque tu quello che si diverte di più. Anche perché non hai nessun programma da seguire. Se non la solita salitella, occhio al cardiofrequenzimetro che hai un età dopotutto, la solita tirata sul rettone che ti riporta a casa.

Casa. Dove nel frattempo tutti gli altri si sono alzati, fatto colazione, acceso computer e cellulari per collegarsi al resto del mondo. Così che gli auguri di Pasquetta e di buon appetito possano giungere anche da parenti e amici lontani, impossibilitati a partecipare direttamente. Ma in ogni caso prodighi di consigli. Qualche tentativo di coinvolgermi in un piccolo fuoriporta c’è, ma poco convinto. Hanno già intuito che è tempo perso. Passerò il resto del giornata corteggiando il divano, non escludendo, in caso di noia, la birreria in centro. Le altre sono troppo lontane. Un pranzo rapido, nascondo sempre in qualche cassetto o negli angoli più nascosti del frigorifero, qualcuno di quei famosi “piatti pronti” che mia moglie considera al pari delle scatolette che dà ai gatti. Giusto, i gatti, bisogna pensare anche a loro. Uno e due. E poi il divano, appunto. Rapido giro su Netflix: schiavi romani ribelli, audaci avventurieri americani, cavalieri feudali in battaglia. Promette bene.

Oddio, non tanto, a dir la verità. Spartacus finisce male, ma già si sapeva. David Crocket è decisamente fuori moda, con quel berretto e i cavalieri combattono davvero poco. Sono più interessati a insidiare certe principesse, fin troppo liete di concedersi a tizi barbuti in armatura. Rapido scanning sui programmi Tv, ma si intuisce che anche i loro curatori sono fuori, da qualche parte, con il loro panino con cotoletta. Film stravisti, tappeti e orologi in offerta, sport parrocchiali. Meglio la birreria e il megaschermo con MTV, ogni tanto passa qualcosa di decente. E la scelta di bionde e scure è nutrita. Uno, due, come i gatti. Al bancone, gli scampati, vuoi perché troppo giovani, vuoi perché troppo ansiosi, al rito pasqualino, chiacchierano tra loro. Purtroppo di lavoro, piuttosto che di facezie come calcio e compagnie femminili. La faccenda diventa troppo seria, tanto da farmi scivolare lentamente verso casa. Dove comincio ad armeggiare con pomodoro e mozzarella per la pizza di riconciliazione con il resto della famiglia, che già ha avvisato di essere sulla via del ritorno. La pacchia, almeno per oggi, è finita. Ci rivediamo il 25 aprile.

 

Pasqua senza sorprese

Ad un certo punto, in famiglia, non ci sono più bambini. Anche l’ultimo arrivato, finalmente, viene preso dal turbine dell’adolescenza. Per un periodo variabile da tre a quattro anni, l’ex bambino romperà le scatole a tutti, cercando una sua personale filosofia di vita (che per altro elaborerà frequentando venditori di telefonia mobile e negozi di moda in franchising). Ma non è questo, quello che ci interessa. Piuttosto, vogliamo parlare di un aspetto perlopiù sottovalutato di questo rito di passaggio. Qualcosa a cui nessuno pensa mai, finché il dramma non si palesa compiutamente. Non si acquistano più le uova di Pasqua. Che il neo adolescente snobba come tutto quello che gli rammenta il periodo della sua via in cui era tutto di mammà o papà. “E roba da bambini, dai, bambini stupidi…” Dimenticando che lui, o lei, giusto l’anno scorso, hanno letteralmente dato fuori di matto perché, la sorpresa, a loro dire, non era un granché. Hanno strepitato tanto che perfino il risorto si è risentito. Per rappresaglia ha fatto piovere per tutta Pasquetta.

Perché a loro, sia chiaro, il cioccolato dell’uovo, non è mai interessato più di tanto. E perché mai avrebbe dovuto? Di cioccolato, al latte, fondente, con le mandorle, con tutto quello che ci puoi mettere dentro, ne hanno mangiato e ne mangiano tutti i giorni. Figli di un benessere che, sia pur non opulento, c’è, resiste ancora, e delle magie dei centri commerciali. Dove le tavolette, i bonbon, i cioccolatini, non sono più posti sul bancone del negozio dove noi accompagnavamo mamma a fare la spesa. In alto, troppo in alto, irraggiungibili. Adesso sono posti su scaffali costruiti col metodo Montessori, e su comodi sostegni posti in prossimità delle casse. Così da scongiurare qualsiasi, involontaria o dolosa, dimenticanza. E’ impossibile, quindi, non ritrovarsi nel carrello, fra pasta, patate, zucchero e caffè, qualche tavoletta o una scatolina aggiunta fraudolentemente al necessario quotidiano.

Loro. Che si credono furbi, ma che davvero non capiscono nulla. E non sanno che l’uovo non l’abbiamo mai comprato per farli contenti, per tradizione, per vederli scartarlo con cupidigia. Ma per noi. Sì, per noi. Per quel piccolo assaggio, un obolo praticamente, che riusciamo a sottrarre alle loro brame. Perché quel pezzettino ci ricorda altre uova. Quelle di quando noi, eravamo bambini. Quando la Pasqua e l’uovo di cioccolato erano cose serie. Che facevano soffrire. A cominciare dall’acquisto. Allora non è che potevi comperarne, se vuoi anche dieci, giusto la mattina di Pasqua. Tanto qualche ipermercato aperto, per la gioia dei cassieri, lo trovi ogni domenica e festa comandata del calendario, sempre. E hai persino l’opzione del metà prezzo il martedì successivo, tanto lo scaffale è ancora pieno. No, allora te lo compravano, l’uovo di cioccolato, almeno due settimane prima. Perché, era noto, “poi finiscono”. E una volta arrivato in casa, veniva posto, con inconsapevole crudeltà, su qualche mobile che, da una parte, con la sua altezza, limitava ogni tentativo di sottrazione, dall’altra assicurava la visione di quell’oggetto del desiderio per tutti i quindici giorni che mancavano alla fatidica domenica. Una tortura, insomma. Era lì. Avvolto nella sua carta colorata, rappresentava quasi l’ultima tentazione di Cristo, prima del supplizio. Che faccio? Lo prendo? Non lo prendo? Allora la Kinder e la Ferrero non avevano ancora penetrato il nostro mercato di provincia, si usavano uova, come le chiameremo adesso, di “sottomarca”. Ma erano comunque il sogno proibito di un intero anno. Non potevano non essere squisite, arrivate direttamente da Bruxelles o da Ginevra scortati da un reparto speciale di maestri cioccolatieri, pronti a suicidarsi se il prodotto non fosse stato all’altezza di quanto promesso. E all’interno, ovviamente, celava sorprese preziosissime. Degni di una gioielleria, se colorato di rosa o di una concessionaria automobilistica, se blu.

Naturalmente resistere non era possibile. E dato che la necessità aguzza l’ingegno, ben presto avevamo scoperto il trucco della trivella. L’uovo andava perforato sul fondo, a cominciare dal supporto in plastica che lo faceva rimanere dritto. Con poco sforzo si rompeva la carta e si poteva aprire un piccolo foro dal quale sottrarre, in anticipo, la sorpresa. Che, a differenza di quello che ci eravamo immaginato era davvero misera, pazienza. Era l’ardito colpo di mano, a darci soddisfazione. Se l’operazione era svolta correttamente, nulla dall’esterno faceva presagire il ratto. L’uovo continuava a troneggiare sulla credenza, apparentemente intatto. Non bisognava farsi prendere la mano, però. Che la tentazione di allargare quel buco galeotto, per sottrarre qualche pezzettino di cioccolato, era troppo forte. E se non la controllavi… Finiva che, ogni giorno, quando la mamma era fuori, papà al lavoro, ti ritrovavi a scavare. Un pezzetto, un pezzetto, un pezzetto. Una volta ho davvero esagerato, la domenica di Pasqua, l’uovo non era altro che un involucro vuoto al quale io, con pazienza e una farcitura di carta da giornale, ero riuscito quasi a ridare la forma originale. Dramma familiare con genitori e sorella sul piede di guerra, urla, castigo. “Mai più uova di cioccolato, in questa casa!” Ed io, di quell’uovo che avevo centellinato, a morsi piccolissimi, per giorni e giorni, non ricordavo nemmeno il sapore. Ecco perché, adesso, mi manca quel pezzo, solo un poco più grande, che chiedevo, ogni anno, a mia figlia.

 

Vita Elementare

Eravamo belli, con quel grembiule nero, con tanto di martingala dietro. Il motivo della presenza quell’orpello provenzale, non lo sapevamo. C’era e basta. Bottoni bianchi tutti allacciati, eravamo tutti uguali. A scuola ci si andava a piedi, senza l’ingombro di genitori al seguito. Erano altri anni, lontani ancora dalle ossessioni delle Tv e dei giornali di oggi, che paiono gioire nel compilare bollettini di misfatti, infilandoci dentro, per soprammercato, guerre, invasioni e malattie. E poi la strada era davvero breve, cinque minuti, non di più. Allora il paese era davvero piccolo. Tutto concentrato in poche case che si dipanavano fra due chiese, quella parrocchiale e quella dei frati cappuccini. Chi abitava più discosto, aveva allora diritto ad essere chiamato con un altro nome. Noi eravamo i paesani, loro prendevano il nome dal quartiere, che era visto come una realtà a parte. Erano “quelli di” o “quelli del”.

L’ingresso della scuola dava direttamente sul grande scalone che portava ai piani, due mi pare di ricordare. Con le aule messe in fila. Sotto le prime e le seconde, sopra le classi superiori. C’era anche l’aula magna, adesso le chiamano auditorium, dove, una volta l’anno il preside faceva il suo discorso, poi, talvolta, le prove del coro. I remigini restavano sempre delusi, i primi giorni. Quel “magna”, infatti, sembrava preludere ad un locale dove ben altre attività, si sarebbero svolte, più legate al cibo. Per quello, invece, c’era un refettorio, collocato nell’ala più distante, freddissimo d’inverno. Ma lo usavano in pochi, c’era sempre tempo per tornare a casa, a mezzogiorno per il pranzo. Delle, nostre mamme, praticamente nessuna lavorava, come si usa ora. Il piatto di pastasciutta, tenuto in caldo, ci aspettava tutti i giorni. Perché poi si rientrava, anche di pomeriggio si faceva lezione, oppure un altro maestro ci aiutava a fare i compiti.

Sul retro dell’edificio, c’era il piccolo appartamento della bidella. Che doveva avere, più o meno, la stessa età della scuola. Forse era arrivata direttamente con gli operai che l’avevano costruita e non se ne era più andata. Le avevano ricavato un paio di stanze e il bagno a cui si accedeva per un ingresso separato, privato. Quando dovevamo cercarla, per il gesso, perché doveva accompagnare a casa qualcuno che si sentiva poco bene, dovevamo fare il giro di tutto il palazzo e boi bussare alla sua porticina. Faceva sempre caldo in quella cucina. Lei brontolava un po’, seccata, e poi ci seguiva. Vestiva come noi, in grembiule nero, il suo ero solo più lungo.

Alla ricreazione si giocava in cortile, vicino alla palestra. Che era scarsamente usata, vista la ridotta dotazione di attrezzi. Non erano anni sportivi, quelli. Si faceva attività fisica, durante l’intervallo, con la solita partitella a pallone. Quindici minuti in cui si segnavano anche dieci gol, quasi tutti su rigore. Le ragazze, naturalmente, se ne stavano discoste da noi maschi. Non sembrava dignitoso, per noi, avere qualcosa a che fare con loro, fossero state anche le nostre sorelle. Giocavano a nascondino o a campana senza fare chiasso. Poi, all’uscita, avrebbero raccontato alla mamma, tutte le nostre malefatte. Vendetta, tremenda vendetta, la loro, per essere così state spudoratamente ignorate.

Ultimi compiti, dopo la lavata di capo e le domande di rito. “Cosa avete fatto, cosa avete imparato, oggi?” Noi ce ne eravamo già dimenticati, naturalmente. E allora inventavamo qualcosa tipo “i romani” o “il Tavoliere delle Puglie”, fidando sulla scarsa volontà, da parte dei nostri genitori, di approfondire questioni riguardanti Muzio Scevola o la coltivazione delle olive. Si andava anche di sabato, a scuola, con l’ora di religione piazzata strategicamente a ridosso del giorno del Signore. Così che il vecchio prete, in tonaca, in nero quindi come noi, potesse ammonirci di confessarci la sera stessa, così da ricevere l’indomani, in piena letizia, l’eucarestia. E lo facevamo davvero.

Babajaga

Ogni mattina, quando si sveglia, Silvana guarda il cielo. Forse per capire se c’è ancora, forse per capire se è ancora viva. Silvana ha cento anni o poco meno, come dicono tutti, e riesce a capire, guardando il cielo, non solo se ci sarà sole o pioggia. Ma anche se ci saranno visite per lei, oggi. Se qualcuno verrà a chiederle di un amore, di una malattia, di un parente lontano.

Da dove venga Silvana, nessuno lo sa, nessuno si ricorda. Quelli della sua generazione, che raccontavano storie di gente arrivata dall’est, dopo una guerra vinta e persa allo stesso tempo, non ci sono più. Solo loro potevano rammentare quei giorni, quando intere famiglie, avevano dovuto abbandonare una terra che non era più loro. Ed erano stranieri, o almeno li si considerava tali, anche se parlavano quasi la stessa lingua che si parlava in paese. Uguali le parole per chiedere pane e un bicchiere di vino. Tanti avevano proseguito, dopo una breve sosta, con le loro cose sopra carretti da spingere a braccia, alcuni si erano fermati. Come Silvana.

Contadini, artigiani, si erano subito resi utili per riparare i danni della guerra. Un po’ alla volta tutto il paese li aveva accettati, avevano gli stessi nomi, imprecavano allo stesso modo contro la terra difficile da coltivare e la grandine che rovinava i raccolti. Qualcuno aveva trovato una donna in paese, alcune delle ragazze venute da lontano avevano trovato un marito. Silvana, che da sola era arrivata, da sola era rimasta. Si era sistemata nella vecchia casa dei Salvato, rimasta vuota dopo che un giorno erano venuti a prenderli tutti, poco prima della fine della guerra. Nessuno era più tornato. Viveva di piccole cose, dava una mano a chi non aveva braccia sufficienti per coltivare la sua terra, aiutava nelle faccende domestiche chi non aveva una donna.

Quello che sapeva fare, però, tutto il paese lo scoprì in una notte di gennaio, la più fredda, forse, di quell’inverno. La moglie di Antonio il macellaio doveva partorire, ma non stava andando tutto per il meglio. Anche il medico, che Antonio aveva fatto venire dalla città, scuoteva la testa, tetro, davanti al macellaio. “O lei o il bambino”, gli aveva detto, e bisognava fare in fretta. Silvana, allora, si era presentata alla porta. “Qualcuno qui ha bisogno di me”, aveva detto. Poi con ordini precisi aveva allontanato tutti e, dopo aver chiesto solo un lenzuolo pulito, si era rinchiusa da sola, nella camera della partoriente. Il bambino era nato all’alba, ed era bellissimo, tra le braccia della madre. Silvana se ne era andata senza dire nulla e, quando Antonio le era capitato in casa, ancora sconvolto e incredulo, per chiederle cosa desiderava, in cambio di quell’aiuto, lei aveva risposto semplicemente: ”Quello che puoi dare”.

E così, da allora, aveva sempre risposto a quelli che, dopo quella notte, si rivolgevano a lei per un malanno, delle ossa rotte, una ferita. Silvana sembrava poter curare tutto. Anche i dolori diversi da quelli provocati da una caduta, anche le ferite che non sanguinano. E sapeva guarire anche quelli, così diceva il paese. Si era fatta la fama di chi sa aggiustare, oltre alle fratture, anche matrimoni ormai traballanti. Di chi sa, meglio del santo patrono, esaudire la richiesta di un figlio. Come facesse, era un mistero. Chi ne aveva chiesto l’aiuto sapeva soltanto dire che, dopo aver parlato con lei, risposto alle sue domande, le cose erano cambiate. L’amore si era riacceso, il figlio tanto desiderato era subito stato concepito, chi era andato via aveva fatto ritorno

In paese, però, non tutti condividevano quest’opinione. Soprattutto il maresciallo dei carabinieri, che da tutore della legge era obbligato a mettere in guardia i compaesani su quello che, codice alla mano, era un abuso della professione medica. E il prete, pronto a bollare come volgare superstizione, quello che la gente raccontava di Silvana. “Solo Dio può dare, solo Dio può prendere. Lei li suggestiona, e quelli scambiano per suoi i doni del Signore.” Ma, alla fine, il maresciallo, che era del sud, ed era venuto al mondo anche lui senza dottori, grazie all’aiuto di una signora senza laurea e diplomi, ricorreva anche all’aiuto di Silvana per certi dolori. E il prete, visto che la questua domenicale non era stata intaccata da quell’insolita concorrenza, aveva lasciato perdere.

Nessuno si stupì, quando cominciarono ad arrivare anche dalla città, in cerca di Silvana. Uomini e donne afflitti dai mali più diversi. Silvana, che continuava a vivere nella vecchia casa e li riceveva nella cucina come aveva sempre fatto, a tutti chiedeva lo stesso compenso. Quello che puoi dare. Venne anche un importante giornalista, non era malato, voleva solo un titolo e notizie per il suo articolo. Se ne tornò a casa deluso, forse si aspettava una strega, degli incantesimi, filtri d’amore. E invece, come poi raccontò in redazione: ”E’ solo una vecchia strana. Ti guarda negli occhi e ti racconta della raccolta dell’uva o del pane che lievita. Tutto qui.”

Silvana guarda il cielo e poi il paese. Che non è più lo stesso di tanti anni fa. Case nuove, tanta gente, le automobili. Torna dentro, accende il fuoco, non ha voluto una cucina moderna, tutte quelle comodità. Anche oggi verranno a cercarla in tanti e lei sa già il motivo. Meglio prepararsi.

Lasciate ogni speranza o voi che comprate

Piombare direttamente nell’inferno della domenica. Dalla sveglia che hai dimenticato di spostare, al frigo che è invariabilmente vuoto. Come ogni dì di festa. Ti sei dimenticato e devi pagare pegno. Va bene, il caffè lo puoi anche prendere al bar, mettendo in crisi la tua dieta con brioche più o meno farcite, ma il resto? Puoi procrastinare, persino fermarti a guardare la gente che esce da messa, prenderti tutto il tempo che vuoi, ma lo sai. Ti tocca il centro commerciale. Di domenica.

E’ l’equivalente di una visita a qualche girone dantesco. E non solo quello dei golosi. Che dopotutto sono persone semplici, con bisogni semplici. Hanno finito i biscotti, la Nutella, le tortine alla vaniglia e quello che chiedono è solo di poter ripristinare la scorta. Di riempire la loro credenza e soprattutto la loro vita, di dolci sicurezze in grado di aiutarli nei momenti di crisi. E di fame. Sono altri i peccati, sono altri i peccatori, che possono portare alla follia i commessi galeotti costretti a lavorare i festivi. E anche tu li vedrai. Perché al Centro Commerciale non ci puoi andare solo per un litro di latte o mezzo chilo di pasta. Sei lì, dai un occhiata in giro, è fatale. Guardi altre insegne, entri. E comincia la discesa verso le Malebolgie e i dannati che le frequentano.

I vanitosi, per esempio, che si presentano a mesi alterni, oppure in occasione di saldi stagionali o straordinari, decisi a rinnovare radicalmente il guardaroba di ogni membro della famiglia. Dai calzini al cappotto o all’impermeabile. Con l’efficienza tipica di una squadra della narcotici, perquisiscono a fondo il negozio. Ribaltano contenitori, svuotano cassetti, spogliano appendiabiti. Nulla sfugge al loro controllo. Chiedono con tono inquisitorio misure sconosciute in questo emisfero, tessuti da anni banditi da tutti le organizzazioni ecologiste, accessori visibili solo in film tipo “Le cronache di Narnia”. Alla fine riempiono decine di borsoni che potrebbero benissimo contenere un negozio di metratura superiore. E, alla cassa, si congedano con un poco rassicurante: “Non abbiamo finito, con voi. Ci vediamo presto.”

Gli invidiosi. Non importa cosa comprano. Non importa che cos’è. Non importa a cosa serve. Non importa se mi serve. Lo voglio più bello, più grande, più potente, più colorato, più costoso di quello di X. Acquistano televisori a 77 pollici, telefonini in grado di connettersi con Marte, orologi a 19 quadranti e 22 lancette, elettrodomestici dotati di intelligenza artificiale, gioielli con vigilante incorporato. E pagano a rate, naturalmente. Sanno benissimo di non potere permettersi tutto questo, ma, proprio come quando gli hanno sospeso la carta di credito, tutto questo, non ha prezzo.

Lussuriosi. Presidiano i negozi di intimo alla ricerca della mise più osè, del completino più scandaloso. Poco importa se i loro desideri potrebbero essere soddisfatti solo da un Sex Shop di Hong Kong. Pretendono slip trasparenti, reggiseni in uso solo al Crazy Horse, calze velate disegnate da Tinto Brass in persona. E lo fanno senza il minimo pudore, sciorinando pizzi e nastri davanti a tutti gli astanti. Li mostrano, li agitano. Mimano movenze da tigre, mettono in evidenza le dotazioni naturali. “Amò’, mi ci immagini con questo?” (Body nero con colletto di velluto da film ambientato in una casa chiusa durante il secondo conflitto mondiale). “E questo non ti eccita?” (slip trattenuto sui fianchi solo da due fettucce che non vedono l’ora di slacciarsi da sole). “Si cara”. (Boxer rossi con abbondanti imbottiture in zona strategica). Non comprano mai nulla. Nulla è mai abbastanza outré, per loro.

Barattieri. Quel che davvero importa, è lo sconto. Da chiedere anche su due pile a stilo o su un paio di calzini. Sempre. A costo di insistere. A costo di elencare tutte le aderenze, conoscenze, parentele, che li rendono degni di un diritto inalienabile. La riduzione del prezzo. Sono amici del Direttore, testimoni di nozze del proprietario, hanno tenuto a battesimo il figlio del socio. Giocano a carte con l’assessore al commercio, a golf con il maresciallo dei carabinieri, a tennis con il brigadiere della GdF. Sono stati in vacanza con il sindaco, a cena con il segretario comunale, a pranzo col capo dei vigili. Si rammentano di quando la commessa faceva la scuola elementare, “eri con mio figlio”, del negozio che c’era prima. Sono capaci di giurare qualsiasi cosa, persino di essere stato il vecchio/a fidanzato/a della moglie/marito del titolare. Anche se questo/a è gay. Siamo lontani parenti, sono tuo secondo cugino, sono tuo nonno. Sono tutto quello che vuoi, ma fammi lo sconto!