Auguri, Papa

Quando ero bambino, andavo ancora alle elementari, forse classe terza, forse addirittura seconda, la nostra maestra, che prendeva molto sul serio quello che avremmo fatto “dopo”, ci fece visitare l’ufficio postale della nostra piccola città. Piccola la città, naturalmente piccolo l’ufficio. Con impiegati un poco annoiati ma comunque intenti con alacrità a pagare bollettini, spedire lettere e pacchi. La cosa, lo confesso subito, non mi aveva entusiasmato. Quel piccolo locale, tutto blindato da legno e vetri spessi, odorava di chiuso, quasi di prigionia. Tanto che riuscivo a immaginarmi quegli impiegati quasi come dei galeotti, condannati a passare tutta una vita lavorativa fra quelle mura, in attesa della grazia, elargita dal Direttore Generale delle Poste, della pensione. Solo una cosa, una volta entrati anche noi nel labirinto celato dietro il lungo bancone, mi aveva colpito. Il telegrafo. Si, allora si mandavano ancora i telegrammi. E se non si usava comunque più quell’unico tasto, punto, linea, punto, riportati poi su un nastro di carta, quell’enorme macchinario conservava la stessa magia dei film western del lunedì sera, primo canale. Dove messaggi si rincorrevano per migliaia di chilometri viaggiando su un filo sottile. Ecco, tu scrivi quello che vuoi, guarda, e quello che sta scrivendo, compare su un altra macchina come questa. Dove vuoi tu. Anche dall’altra parte del mondo, sai? L’addetto lo spiegava con orgoglio. L’orgoglio di chi sa di appartenere ad una confraternita speciale. Che chilometri, mari, deserti, non potevano certo mettere in difficoltà. Una specie di cavalleria, un ordine militare, un corpo diplomatico, insomma. Dove nazionalità, lingue, fusi orari diversi, non contavano, anzi, erano fonti di ricchezza e di sapienza. Conosco tutte le, capitali del mondo, chiosava il telegrafista, unico in divisa in tutto l’ufficio. Ripensandoci ora, dubito che tanta applicazione gli sia mai tornata utile. Molto difficilmente gli sarà mai capitato di spedire, dalla nostra piccola città, dei messaggi più in là di quanto gli chiedeva ogni anno una vecchia signora, madre di un sacerdote. Che, appunto alla data corretta, invariabilmente, esigeva l’invio del suo telegramma di auguri di buon compleanno al Santo Padre. Servizio gratuito, certamente, come per il Presidente della Repubblica. Ma di quello, la vecchia signora, non si curava.

Italiani per forza (terza parte)

E la casa è vuota, adesso che sei via. Quando sono venuti ad avvisarti, con quella cartolina con le aquile sopra, mi sono sentita male. Proprio te, dovevano prendere, che hai moglie, cinque figli. Per mandarti lontano, in un paese che non avevo nemmeno mai sentito nominare. Me l’ha fatto vedere il maestro di scuola, ieri, sulla grande carta geografica appesa vicino alla lavagna. Deve fare tanto freddo laggiù, e non ho fatto in tempo a darti i calzerotti pesanti, quelli fatti con la lana delle pecore che avevi appena tosato,a primavera. Non sei partito solo tu, adesso la domenica a messa i banchi a sinistra sono quasi vuoti. Solo i vecchi, sono rimasti. Stiamo bene, noi, non ti preoccupare, i due più grandi si sanno mi aiutano tanto, nei campi e da mangiare non ci manca. E poi sono già arrivati i soldi dell’Imperatore, quelli della tua paga. E poi, lo sai, è solo per poco. Sai, i gendarmi, quelli che ti hanno preso, sono venuti la scorsa settimana. Volevano scusarsi, non è colpa loro, mi hanno detto. Gli ordini sono ordini, non si può far finta di nulla. Gli offerto un poco del nostro vino, mi hanno detto di stare tranquilla, la guerra sarebbe finito presto. Giusto qualche mese. E poi sareste tornati, tu e tutti gli altri. Per Natale, anche prima. Te lo ricordi il Natale scorso? Quando tu hai portato a casa quell’albero e io e i ragazzi lo abbiamo ricoperto di nastri e candele? Non siamo ricchi, lo sai, ma le caramelle per i bambini e l’arrosto cucinato per noi e i tuoi genitori non mancavano. Ecco, quando tornerai faremo lo stesso. Aspetteremo mezzanotte tutti insieme. E poi, andremo a fare gli auguri al paese. Perché tutto il paese sarà in festa, e non solo perché a Natale, ma perché tutto questo sarà finito, la guerra sarà finita. E tutto andrà avanti come prima, prima di questa cosa che ancora non riesco a capire. Cosa c’entriamo noi con quelli là? Non ci hanno fatto niente, non gli abbiamo fatto niente. Davvero, non capisco proprio. Tua madre mi ha detto di dirti di non fare, in ogni caso, l’eroe. Tanto non ci si guadagna nulla. Lascia che siano gli altri a stare davanti, non ti offrire mai volontario. Dì che ti fa male qualcosa e resta sempre al coperto. Cerca di non metterti nei guai, insomma. E pensami, pensami spesso, che il maestro, quello che mi ha spiegato dove ti hanno mandato, mi ha anche detto che da quelle parti le donne sono bellissime. Alte, bionde, tutte con gli occhi azzurri. Io non sono bionda e non ho gli occhi così, ma sono tua moglie. La moglie che hai scelto, e che voleva essere scelta da te. Ti aspetto, torna presto

Liduina

Lorenza

Lorenza. Lei dice L’orrenda, ma non è mica vero. Si veste solo in modo un po’ strano, diverso da quello delle altre due sorelle. Una più grande, l’altra più piccola. E stare in mezzo, si sa, è complicato. Ci sono gerarchie da rispettare, turni, spazi. Un delicato equilibrio da mantenere, complicato anche dalla specificità femminina. I maschi sono più semplici, più diretti. Male che vada, una bella scazzottata, un lancio di figurine, soldatini di plastica e carri armati in scala, risolvono il problema Poi, ricominciamo come se nulla fosse accaduto. Ma stavamo parlando d’altro. Lorenza è bella, appunto. Anche le altre sue sorelle sono belle, naturalmente, ma non come lei. Sfruttando un cliché ormai piuttosto logoro, potremo dire che lei ha qualcosa in più. Ma quel qualcosa non sai dire cos’è, non sai dargli un nome Però c’è. Tanto che, per capirne di più, sei obbligato a inseguirla ogni giorno sul treno che porta tutti a scuola. No, non la medesima scuola, appena arrivati in città, la fiumana di zaini e cartelle, si divide. Ognuno raggiunge il suo istituto. Geometri, ragionieri, periti meccanici, maestri e persino cuochi. Ma, finché non arriva a destinazione, il treno mescola tutti. E rende possibile, anche per chi frequenta corsi professionali per elettricisti ed estetiste, dove il sesso unico domina, l’incontro, lo scambio, la parola. Dura poco, il viaggio, bisogna sbrigarsi. Dove è salita? Quante carrozze bisogna percorrere? E senza farsi notare, ovvio. Che deve sembrare tutto un caso. Dribblare i colleghi del calcio all’oratorio, le amiche di tua sorella. Buongiorno, come va oggi? Non sei nemmeno l’unico, ad inseguire, ma questo lo sai già. Ti devi misurare con altri, è la regola. No, non ci si picchia, non si lotta. Si inventa, piuttosto, si racconta. Di serate favolose, passate in un locale, dove, in realtà, non sei mai stato. Di dischi rari, gruppi quasi sconosciuti, ma che di sicuro avrebbero fatto la storia del rock, del pop, o di qualsiasi altro genere. Cerchi di stupire, di renderti interessante, di essere, dopotutto, migliore. Anzi, più figo. Io, allora, non sapevo inventare, raccontare. Non ero ancora quel bugiardo seriale, il mentitore che sono ora. Sapevo parlare solo di libri che leggevo tutte le notti, altro che la sbronza nel pub irlandese o ballare fino all’alba nell’unica discoteca che poteva offrirci la città. Non ero interessante, non ero perspicuo, ero in ritardo per quegli anni, e forse in anticipo per quelli che sarebbero venuti dopo. Andavo avanti e indietro, di più non potevo. Sapevo solo sognare. Come ora, forse. Solo che adesso ho trovato le parole che allora, davvero, mi mancavano.

Italiani per forza (seconda parte)

A Vienna, la tradotta, si era fermata quasi una settimana. Bisognava attendere altri reparti, da Trieste, da Laibach, per formare l’armata che poi si sarebbe diretta ad est. Verso la Galizia, verso la Russia dello Zar. Candido, al pari di tutti gli altri commilitoni, che già pregustava l’emozione di una visita alla capitale, proprio quella che il maestro di scuola gli aveva raccontato, era rimasto presto deluso. L’ordine era stato perentorio: “Assolutamente vietato allontanarsi dalla stazione, siate sempre pronti a partire. Magari già stanotte! Chi non rispetterà il divieto verrà punito. E con lui tutto il suo reparto”. Non era vero, naturalmente. Il giorno, l’ora della partenza, erano già stati fissati dal Comando Generale con precisione teutonica. Non stasera e nemmeno domani o dopodomani. Più semplicemente, da qualche ministro, era arrivato un suggerimento che nessun ufficiale di stato maggiore si sarebbe permesso di ignorare. Non avrebbe fatto davvero buona impressione, sui bravi cittadini viennesi, vedere aggirarsi tra cantine e birrerie dei soldati che, nonostante vestissero la gloriosa divisa dell’Impero, parlavano il tedesco a fatica. Preferendo piuttosto l’italiano, se non il loro dialetto. E’ vero, lo sappiamo già, tutto quanto sta andando in pezzi: l’Impero, l’Austria Felix, l’Imperatore, tutto. Ma facciamo finta di niente. Sono comodi quei soldati. Vengono dal Trentino, dalla Carniola, dal Tirolo. Ci servono, ci difenderanno, moriranno per noi. Ma non facciamoli vedere in giro, non è fine. Di sicuro darebbero fastidio alle ragazze.  E’ incredibile, davvero. Tutto sta per terminare e la colpa o il merito, non è dato saperlo, è appunto dei trentini, dei giuliani, dei carnioli. Che da tempo vogliono uscire da questo scatolone. Ma l’Imperatore non capisce, non sa capire che questa guerra segnerà la sua fine. E non solo la sua. Sarà la fine del Kaiser, dello Zar. Di un Europa ormai fuori dal tempo, pronta a scomparire dalle carte geografiche. Fateci caso, trent’anni dopo, succederà la stessa cosa. Soldati africani, indiani, australiani, combatteranno una guerra altrui. E ancora altri imperi crolleranno.

Ma Candido, non lo sa. Come dicevamo è rimasto deluso, dal divieto. Ma dopotutto è abituato ad obbedire. Al padre, alla madre, al nonno. Ai gendarmi, al sergente, al capitano. Può anche obbedire all’Imperatore, dunque, che proprio come Vienna, non ha visto e non vedrà mai. Attende il rancio, a mezzogiorno e alla sera glielo portano dei soldati vestiti come lui, su un carretto dove un enorme pentola fuma e diffonde odore di goulash, si gode questo inaspettato riposo. Niente esercizi da caserma, niente marce, niente da pulire, niente da fare. Che fortuna! Esplora i vagoni di ogni tradotta, ferma come la sua su un binario, on attesa. Parla con tutti, ci sono i trentini, quasi ogni valle è rappresentata, ecco la Valdadige, la Val di Non, le Giudicarie. Ma anche con con i triestini, con cui riesce comunque ad intendersi, mescolando frasi in italiano e parole del suo e dell’altrui dialetto. Sono davvero simpatici, anche se, almeno così sembra a Candido, sembrano saperla fin troppo lunga su quello che deve succedere. Lo prendono un po’ in giro, in effetti. Per loro lui è il campagnolo, il montanaro, il contadino. Ma lo fanno con bonarietà, con l’affettuosa sollecitudine che si usa con un fratello minore, con il cugino più piccolo.

“Campagna, cosa ci racconti oggi? Hai trovato una fidanzata? Una bella montanara austriaca come te?”

Candido scuote la testa. La fidanzata, e dove potrebbe trovarne una? Qui sono tutti uomini, quasi tutti in divisa. Se donne ci sono, le tengono bene nascoste. E poi siamo in guerra, non c’è tempo per queste cose. Dopo, magari. Quando saremo di ritorno, qui a Vienna, dopo la vittoria, ci lasceranno di sicuro sfilare per le vie. E allora, chissà?

Campagna, mescolale bene, quelle carte!! Che sono sicuro che ci vuoi imbrogliare tutti!”

Il pomeriggio passa lentamente, altri treni carichi di soldati arrivano, si fermano. Uomini scendono per riempire le borracce ad una fontana.

– “E voi, da dove venite?”

– “Da dove venite, voi, piuttosto. Ma come diavolo parlate? Sicuri che stiamo dalla stessa parte?”

– ”Landesschützen-Regiment Trient ! Voi, invece?”

– “Noi, dell’Innichen, Dove si può trovare da mangiare, camerata?”

-” Il rancio lo portano stasera Avete fame? Dai venite qui da noi, qualcosa abbiamo. C’è anche da bere”

E mentre si aprono le bottiglie di grappa, di slivovitz, arriva l’ordine. Si parte. Ognuno corre alla sua tradotta, si riformano i reggimenti. Compagnia al completo, sergente! Siamo pronti.

Italiani per forza (prima parte)

E’ talmente indefettibile la convinzione di noi trentini di essere degli italiani “sbagliati”, che perfino la Grande Guerra, che nei libri di storia è ricordata come “la guerra del 15-18”, l’abbiamo cominciata un anno prima. Non per volontà o merito nostro, intendiamoci. All’epoca non esistevano sul continente, esclusa la Francia, gli stati come li intendiamo oggi. C’erano gli imperi, che mettevano insieme gente fra la più disparata, di lingua e di etnia diversa, strattonandola, anzi, di qua e di là. Noi trentini, benché abituati ad esprimerci in lingua italiana, a frequentare con assiduità le osterie venete, eravamo sudditi austriaci. E come tali, quei quattro colpi di pistola sparati a Sarajevo, ci avevano toccati subito da vicino.

La guerra, insomma, l’avevamo avuta subito. E mentre gli italiani, quelli veri, sonnecchiavano sul confine di Borghetto, l’Arciduca d’Austria, raccoglieva il suo tributo di uomini da vestire di azzurro nelle nostri valli. Per mandarli in tradotta, “cavalli otto, uomini quaranta”, in una terra che adesso non esiste più, la Galizia. No, non la regione omonima della Spagna, parliamo dell’est. Era successo che intorno al 1770 gli Asburgo si erano annessi la zona a nord dei Carpazi ( quelli che noi cantiamo come “Monti Scarpazi”, forse perché ce li siamo fatti tutti a piedi), da Cracovia, grosso modo, fino al Mar Nero. La Polonia, allora, non esisteva, da quelle parti ci stavano gli austriaci, i tedeschi, i russi. E l’impero dell’Arciduca d’Austria, lì confinava proprio con la Russia. Che era scesa in guerra per difendere i serbi, o forse, più prosaicamente, per non trovarsi i crucchi in Ucraina e poi sotto Pietroburgo.

Dopo Sarajevo il morale è alto, la guerra sarà finita prima dell’inverno, i due eserciti più forti del mondo, quello tedesco e quello austriaco, devono fronteggiare quello russo. Che è numeroso, lo si sa già, ma come organizzazione e disciplina non è per nulla paragonabile alla macchina bellica teutonica. Si parte festeggiando, saremo di ritorno per la vendemmia non preoccupatevi, si urla da dai treni che sbuffano verso est. Mogli, madri, fidanzate, non temete, ci saremo tutti.

E invece, no. Quella terra piatta come una tavola, battuta dal vento, senza rifugi, è una trappola infernale. Due milioni di uomini: russi, tedeschi, austriaci, ma anche trentini, giuliani, triestini, muoiono, vengono feriti, cadono prigionieri nei primi sei mesi. Qui succede quello che poi accadrà sulla Marna, a Verdun, in terra di Francia. Fatti che riempiranno centinaia di libri di storia. Che elogeranno persino lo striminzito Corpo di Spedizione Inglese, che di impegno ne metterà davvero poco. Ma qui, in questa terra piatta, come una tavola, lo abbiamo già detto, succede il finimondo. I russi sfondano a Leopoli, te li ritrovi alle spalle. Se finito, morto, distrutto. Alza le mani e datti prigioniero, è meglio.

Ed è proprio in questa trappola che, per nulla convinto, finisce anche un nostro avo, Candido. Candido di nome e di fatto, pare. Quando arriva la cartolina precetto, arruolato, al pari di tanti suoi coetanei, nei Landesschützen, infatti, pensa bene di svignarsela in compagnia di un amico. Senza aver messo in conto l’abilità dei gendarmi austriaci, che, molto più in gamba dei loro omologhi italiani, nemmeno Pinocchio, loro, sanno arrestare, sono subito sulle loro tracce. Li prendono a Rovereto, anzi catturano solo Candido, come si narra in famiglia, l’amico, riesce a sfuggire nascondendosi in una botte di vino. Una sbornia colossale, d’accordo, ma niente divisa, per lui. L’avo, invece, lo portano a Trento, al reggimento. Lo maltrattano un pochino, suvvia, non è bello sottrarsi agli obblighi di leva, è fine giugno 1914 e tutta Europa si sta mobilitando. Poi lo fanno marciare, pulire pentole e stivali, gli insegnano a usare il fucile, la baionetta. Nemmeno il tempo di un permesso, di una licenza di due giorni e la guerra esplode. Il primo agosto, Candido, in grigioazzurro, è su un treno diretto ad est.

Thunder road

Domenico, Mimmo, anzi, “il Mimmo”, quella corsa in automobile, se la ricorda ancora. Nonostante gli anni, il tempo passato. La macchina lunga e rossa, la sensazione della velocità, le curve che sballottavano tutti nell’abitacolo. Il rombo del motore. E le grida terrorizzate delle ragazze, lo schianto contro l’albero. Era uscito vivo solo lui, da quelle lamiere piegate, contorte. Con le gambe inutilizzabili, ma vivo. Una volta dimesso dall’ospedale, aveva dovuto rispondere alle domande di un giudice che voleva sapere cosa era successo davvero, quella sera. Dove erano stati, se avevano bevuto, chi aveva deciso di prendere quella strada. Era importante saperle queste cose, ripeteva, il magistrato. L’assicurazione, come biasimarla, non poteva certamente pagare i danni di un sinistro, il modo in cui lui definiva l’incidente, che certamente tutti loro si erano andati a cercare. A Mimmo, tutte queste questioni non interessavano, rispondeva in modo distratto, affermava di non rammentare nulla. Se erano andati a ballare? Forse. E non si erano poi fermati all’Osteria del Ponte? Aldo, che guidava la macchina, quanto aveva bevuto? No, Mimmo non sapeva o non voleva rispondere. Erano morti tutti, tranne lui. Ed era questo, proprio questo, che gli impediva di approfittare delle blandizie degli avvocati che gli promettevano un risarcimento favoloso. Si era salvato e questa era la sua colpa. Che, ne era sicuro, l’avrebbe accompagnato per sempre. Colpa che non poteva certo espiare con quella carrozzina che d’ora innanzi avrebbe accompagnato la sua vita. Era una pena fin troppo lieve.

Quella piccola pensione che lo stato si degnava di passargli, invece l’aveva accettata, dopotutto non c’entrava niente con quello che era successo. La prendevano in tanti, anche quelli con le gambe, e tutto il resto, funzionanti. E fin da subito l’aveva arrotondata con qualche lavoretto a domicilio. Che lo faceva sentire meno in debito con chi, ogni mese, gli faceva avere quelle poche banconote che dovevano compensare quello che aveva perduto. Anno dopo anno, con le solite cose da fare, da lunedì al sabato. Lavorare, cucinare, riassettare la casa, guardare la TV. Dove, Mimmo ha visto tutto, sono passati Papa Giovanni, Kennedy, l’uomo sulla Luna, Chernobyl. In attesa della domenica, che, dopo quella sera, è il giorno dedicato a loro, solo a loro. Lo sarà sempre. E sempre ci sarà un luogo per andarli a ricordare.

L’Osteria del Ponte, non c’è più. E’ diventata una di quei bar dove la clientela ordina solo cocktail ricercati e panini sfiziosi. Ma lo conoscono ancora tutti, tutti sanno chi è. E quando arriva, sulla sua carrozzina, gli fanno trovare il suo mezzo litro sul tavolo. Per brindare ad Aldo, Marina, Silvia. Che erano tutti giovani, come lo era lui, allora. Talvolta Mimmo, non gli importa se qualcuno lo sta a sentire, racconta di Marina. Di come era bella, del vestito che indossava quella sera. Oppure di Aldo, di Silvia. E il barman, senza che nessuno glielo chieda, abbassa il volume della musica.